Tagli alle Poste anche a Como: prima il cittadino o il business?

 

È notizia dell’altro giorno l’inizio dei tagli fatti dalla S.P.A. Poste Italiane sui suoi uffici e sul suo personale. Questa “razionalizzazione”, per usare un termine caro alla categoria imprenditoriale, colpirà tutto il territorio italiano, ed ovviamente anche quello comasco.

Leggendo i quotidiani locali, apprendiamo che verranno chiusi almeno 4 uffici sul nostro territorio e altri 18 funzioneranno “a singhiozzo”. I “fortunati” prescelti dalla scure della “spending review” in salsa postale sono Bulgorello, Tremezzo, Camnago Faloppio e l’ufficio di Via Diaz a Como. Per gli altri 18 sapremo nei prossimi giorni, ma immaginiamo che il guadagno avrà ancora la meglio sulla funzione sociale di un servizio come quello postale.

Un pensiero ulteriore va rivolto ai dipendenti di questi uffici che verranno spostati in altri uffici (nei casi migliori) o non saranno riconfermati e quindi perderanno il posto di lavoro.

Un’analisi della situazione riproporrebbe l’adagio già suonato un paio di righe fa: non c’è utilità sociale e servizio che tenga davanti alla logica di mercato. E poco interessa se la vecchietta di Bulgorello o di Tremezzo sarà costretta a farsi accompagnare a Cadorago o a Menaggio, la cosa ai dirigenti di Poste Italiane importa poco. Eppure sappiamo che questa azienda, seppur privatizzata già qualche anno fa, è ancora (non sappiamo per quanto, in effetti) al 100% sotto il controllo del Ministero dello Sviluppo Economico, e quindi essendo di proprietà dello Stato dovrebbe almeno poter essere interessata alle sorti dei suoi cittadini. Ma si sa, noi e le nostre categorie novecentesche non capiamo come va il mondo attuale.

Ci sentiamo di chiudere con un pensiero dell’intellettuale americano Noam Chomsky: “Questa è la strategia standard per privatizzare: togli i fondi, ti assicuri che le cose non funzionino, la gente si arrabbia e tu consegni al capitale privato”

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